Marco Goldin



dal catalogo Marco Goldin, Antonio Pedretti,  1998

DAL BUIO PIU' PROFONDO
Resterebbe da capire la distanza, non certo la differenza, che unisce il lavoro su tela e quello su carta di Antonio Pedretti. Da un lato, la sua lussureggiante vegetazione di lago, l'esplosione dei cieli azzurri e lo sbuffo di una nuvola o l'incastro come l'intarsio di una pelle fiorita, tutta tramata dei fili d'oro della sera. Dall'altro, quella lunga colata nera, del colore della pece, che sconvolge la riva, isola il tronco di un albero come una zattera, un relitto, una tavola abbandonata dentro l'acqua limacciosa placata.
Pedretti disegna come un naufrago; colui che salva dalla tempesta l'ultimo segno della vita, ne trattiene il sembiante prima dello scivolamento fatale. Così il lago è lo spazio della vita e dell'inabissarsi, in anticipo sulla forma formante e dopo la forma dispersa. A questo tende la sua mano: alla resistenza della sinopia, al mancato dilavamento di tutto, perché ancora un respiro si fissi. In questo modo gli è più congeniale il disegno, che è stare abbarbicato, avvinghiato, graffiando della vita anche l'estrema polpa, e sostanza, il residuo del muschio e della corteccia. Disegna per trattenere lo scarto del legno, l'alga dimenticata, la luce riflessa perduta.
Ha provato in alcuni fogli a spingersi molto più avanti, a lasciare che ogni memoria di realtà cedesse sotto il peso della scomparsa della realtà. Ha provato a fare di quella scomparsa il soggetto unico del suo disegnare, quello a cui tendere con tutte le forze. È restata una notte ammantata, un grande mantello senza alcun oblò dal quale riguardare il mondo. O da cui il mondo potesse vedersi. Perché il mondo guarda se stesso.
Ha osservato a lungo quel nero incombente, e non per un senso di paura, fors'anche di terrore. Ma come una notte infinita, che tutto copriva, mentre ogni cosa si era venuta modificando, diventata nero nel nero. Ha pensato che la sua mano si era spinta troppo in là, che il vedere non poteva essere solo dall'annullamento della visione, ma almeno dalla scoperta graduale dello sguardo. Ha pensato che lo sguardo sul mondo' è ancora un atto d'amore. Così, ha voluto disegnare il suo lago come un lungo, ininterrotto, atto d'amore.
Ecco, dunque, cos'è il disegno per Antonio Pedretti, e perché viene prima della pittura; perché è tempo eterno e non tempo di una semplice rivelazione. Parola mai inavvertita, ma che sale da un tempo lontano, da uno spazio profondo, abitato nel corso di millenni. Il disegno salva perché rinomina, ricolloca, e dal disegno occorre ricominciare come da una nuova nascita, evento prolungato, ininterrotto. Il gesto di colui che disegna è il gesto del primo uomo al mondo, che su una caverna prova a tracciare i segni della propria esistenza, e, con questa, l'esistenza di ciò che vive intorno. Far sorgere il segno come nuovo alfabeto, primo alfabeto, esito di una comunicazione silenziosa che si fonda sulla concordanza tra l'essere e la visione.
Per questo Pedretti torna indietro, e il suo disegno non è fatto di accumulo, come la pittura, ma è opera di levare, di cancellare, ridurre alla sostanza prima. Addirittura ritrovarla intatta, scoprirla e riconoscerla. Per questo non può accettare che il disegno si spinga tanto in là, gli faccia varcare quelle colonne d'Ercole dell'assenza della mimesi. Con il disegno vuole anzi riconoscere, rendere leggibile e intellegibile, vuole mostrare. Vuole che la forma sia dalla profondità di uno sguardo, e che quello stesso sguardo le dia la vita, le soffi il respiro.
Così, e solo così, egli disegna l'alba del mondo, la prima ora dell'uomo sulla terra, scavando paesaggi che sembrano ignoti alla conoscenza; che se sono desunti dalle stesse immagini che animano la pittura, ne scarnificano le carni lussureggianti, le foreste trapunte dell'oro di Bisanzio. È un bisogno di purezza maggiore, di quintessenziale rigore dell'anima, che solo la linea tracciata può dare.
Entro questa tensione millimetrale, purissima, si collocano alcuni richiami quasi neo-settecenteschi, addirittura mutuati dall'incisione a bulino. Esili, brevi paesaggi sul filo di una scogliera, e più in là, poco più in là, è una turneriana bufera che agita gli elementi, li sconvolge, li squassa del catarro della sera. Perché sempre deve resistere l'equilibrio, l'impossibile coesistenza tra l'essere e lo scomparire, tra la voce e il silenzio, il luogo e il non luogo.
Con un segno, o una graffiatura della lama, dare luce al buio, vita nuova alla vita priva di luce.
Con questo gesto pasquale, rivelatore di un mondo tolto alle tenebre. Ecco perché il disegno rinomina, toglie il velo, non confonde ma scopre. Riporta in superficie, pone davanti allo sguardo.
È luce di una rivelazione. Pedretti non può accettare il buio totale, la vittoria della notte. Non può essere solo materia il suo disegno, non soltanto notte sopra altra notte, né grondante poltiglia vegetale buia. Invece ossificazione, ossidazione, cenere d'acqua, varco improvviso, bianco purissimo, silenzio inavvistato e d'un tratto dipanato, disteso, immenso. E se nella pittura egli intende occupare gli spazi, renderli vivi con la presenza, nel disegno moltiplica i vuoti, lascia non percorso il bianco del foglio. E solo una colatura, molte colature, perché dalla notte perenne, poco più sopra, spiova, in gocce rapprese, una notte intermittente che non si specchia, ma offre della sua potenza, del suo eroico, coprente dilagare, il senso dell'assenza.
Su questo nulla, su quest'assenza prolungata, protratta fino al parossismo, ha dunque fondato un mondo, che viene prima di tutto, ed è la nascita come la creazione; la vita, la vita interrotta e la macerazione della vita. Ogni cosa fattasi terra, acqua, lago, e anziché rigoglio, splendore e tramonto infinito, infinita alluvione, alba, silenzio. Cartilagine esile di ciò che è costruito come l'ombra.



Marco Goldin









dal catalogo Antonio Pedretti, Ai margini... il lago, 1997



L'OMBRA DEL LAGO

Si vedono questi grandi quadri ultimi di Antonio Pedretti e si sente l'eco di un canto dedicato al tempo. Al tempo più ancora che ai luoghi, anche se, naturalmente, tutti i commentatori della sua opera hanno insistito sulla lacustrità mai venuta meno, e, anzi, accentuatasi sempre più, mano a mano che crescevano le dimensioni dei dipinti. Come vi fosse in lui il desiderio di comprendere, davvero fisicamente, quella stremata matassa d'acque e canneti, e portarla fin dentro la soglia di casa, per fare poi dello studio una nuova, indistinta palude. Ha lavorato così, entro i termini di una simbiosi come poche altre volte si è visto: struggente, poetica, dolcemente malinconica, perché Pedretti ha capito subito che solo dalla precisione dello spazio può innalzarsi il canto del tempo.
Adesso egli ha ripreso ad affiancare ai quadri grandi fogli disegnati, che in notevole misura rimandano a certe origini informali, facendole riconoscere ancor di più di quanto non sia già così trasparente nella pittura. Fogli nei quali è il grumo forte della terra, il diluvio stordente delle acque, il loro scorrere e rifluire come in un incessante divenire. Fogli dove certi neri abissali, profondissimi. stanno tatuati, e poi cicatrizzati, sul biancore abbacinato della carta, rendendola lavagna sopra cui galleggiano tracce. È questa l'effigie della natura, il suo punto di crisi, prima che dalla rappresentazione si passi alla precarietà dell'interiorizzazione.
Perché non sorprende mai abbastanza il percorso di Pedretti, che si muove in sovrana libertà restando sulle rive del suo lago. Tanto che il visibile si incarna nell'invisibile, e solo ciò che si vede può spalancare le porte al potere dello spirito. Ancora quei neri incisi nella carne del lago, perché la natura sia la dolcezza di una ferita, il desiderio di una distensione dello sguardo, l'essere insieme il principio e la fine. E il lago è il centro del mondo, l'inizio di tutto, il Verbo con cui si apre il Vangelo di Giovanni, lo schiudersi della luce, il premere che fa la notte. Non c'è niente che sfugga alle sue acque, al rintocco sonoro dei suoi cerchi che si disperdono.
Ma Pedretti vive sul limite, e dipinge così quel limite come una forza del destino, una forma del pensiero. Dipingendo il limite - di noi, della vita, del lago - ha bisogno di evidenziare un segno, una linea, un tratto. Ed è per questo che si è spostato da quel suo inizio informale, ed è per questo che trovo assolutamente non secondari i grandi disegni che nuovamente presenta in questa mostra. Essi sono il motivo di questo stare guardinghi davanti all'immenso dell'acqua, non per scomparirvi ma per sopravvivervi. Memoria di un tempo interiore, di una lontana apparizione, di una raffigurazione del silenzio.
Perché tutto è da un crepitante silenzio, dalla misura di una profondità, da un insediamento lontano del pensiero, che è vento e apparizione, sostanza e confine. E se. da ultima, galleggia un'immagine, non è la naturalistica rappresentazione di un paesaggio che è già stato quello di molti altri pittori. Pedretti non vuole mimare un Ottocento di maniera, ma neppure lo scavo sublime di Morlotti. La sua èl'eleganza dell'assenza, l'esserci quando tutto è già trascorso, quando il rumore
del mondo ormai non giunge più, e il respiro appena sillabato è il solo bene prezioso che resiste. In quel momento, e solo in quel momento, egli considera di descrivere il paesaggio. Come reliquia da offrire entro un ostensorio, come pergamena ancora umida per il contorno delle nebbie, per lo sciabordio delle acque. Questa natura è turbata e misteriosa, dilagante nei suoi orizzonti occultati dalle selve scomposte, rigate, maculate, non camminabili. È una natura costruita nell'ora della sera, quando non serve quasi più vedere ma immaginare. La visione di Pedretti è sinestetica, e mentre ogni cosa scompare. la si ascolta risuonare lievemente, appena, e assorbirne il profumo. Resta che ciò che è non è mai quello che si vede, ma per vedere occorre vedere oltre. E non come abbandono della realtà, della quale Pedretti non saprebbe fare senza. Ma come complessità della visione, che si struttura su piani diversi, l'uno accostato all'altro più che sovrapposti. Perché il vedere è da una combinazione di intensità, da una selezione delle cose contro l'orizzonte. È per questo che a quest'orizzonte egli attribuisce tanta importanza, lasciando che, comunque, sempre sia. Come una diversa scansione di sentimenti, il potere della folgore e il velluto della nebbia, l'incanto dell'alba e la densa specchiatura della notte. Tutto, qui, vive nella possibilità che la pittura ha di conciliare gli opposti, di renderli elementi di una superiore armonia.
Che poi, diffondendosi, evapora, lasciando tracce come muschi fioriti. Abbrunamenti vegetali, sospiri di rosa o gialli flessuosi quasi tramortiti dalla luce della scomparsa. Niente si ferma nel continuo divenire, e la pittura di Pedretti coglie quel breve momento in cui la manifestazione dell'essere è al suo culmine; quell'ultimo istante di splendore prima che le acque travolgano le forme viventi, e solo la memoria resti a dire la vita di prima.
Così, tutta concentrata sul tempo, è dunque quest'opera, che lascia che dal tempo ogni cosa sia investita. Con la dolcezza di una sera interminabile, con l'estenuante precisione di una malinconia perenne e tuttavia forte, ferma, non scalfibile. Si creano le forme dalla precarietà, e prima di tutto dall'acqua immaginata. Si serrano le rive del lago, mentre una pioggia senza fine avvolge, struggente, la vita. Strascico inevitabile del destino, di questa pittura rimane l'idea che riproduca la natura senza riprodurla. Meglio, che coltivi l'idea di una natura che non si fa più nell'ampiezza ma nel segreto, breve spazio di una interna fioritura perenne. A poco a poco si mostrano i frutti di questo lavoro come il raccolto dopo una lunga semina. Niente è accaduto per caso, e anche quel galleggiamento insistito dei fiori sopra la palude è l'inquietudine di un canto mai spezzato, che solo in prossimità della notte pare arrestarsi. Così le pareti del lago sono le pareti dell'anima, tunnel lontanissimo, distante, ormai invisibile, che non si lascia scoprire se non in nome dell'assenza. Eppure, questa pittura di felicità quasi inarrivabili, di colori che sono le spugne del sole, che sono il tramonto stesso, usa questi stessi colori per essere solo assenza. E, dall'altra parte, nasce un'acqua come non l'abbiamo vista mai.



Marco Goldin

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