Enrico Crispolti



dal catalogo Antonio Pedretti, Percorsi naturali, 1994



"Infogliato, quasi nel timore di non essersi spiegato abbastanza, di non essere riuscito a dire quale siano i termini effettivi di quella sua natura, di quella porzione in realtà ristrettissima di natura che nell'immaginario del pittore diventa tuttavia qualcosa di totalizzante.
E quel rapporto si consuma essenzialmente come grafia pittorica entro la materia cromatica addensata. La pittura di Pedretti è infatti materica sostanzialmente, direi di base, ma non materiosamente corposa. Agisce linearmente attraverso il colore. La macerazione materica vi è centellinata insomma linearmente, in un effetto quasi pulviscolare. Un intrico fittissimo di grafie la innerva, e la vivifica in quanto immagine. Il colore poi aggrumato, oltre che in ruolo di connettivo materico, vi coglierà appunto anche particolari più accese effiorescenze.
Dall'Informale, frequentato lungo gli anni Settanta, dopo un esordio figurativo nei secondi Sessanta, il percorso immaginativo pittorico di Pedretti corre appunto caparbiamente ad una possibile rilettura della natura in termini nuovi. Sono intitolati 'Paesaggio lombardo' molti di quei dipinti informali ma in realtà erano già applicazioni al suo tema, la palude, tuttavia intesa allora più come respiro di fluttuazione materica travolgente ogni presenza vegetale, proposta soltanto come corposa macchia germinante avvertibile perchè più aggrumata matericamente. E non v'è dubbio che quell'approdo materico sia rimasto un termine fondamentale per la costruzione dell'immagine, nel lavoro di Pedretti. Era un traguardo di concretezza sensitiva, al di là dell'ideologia della figura, o del paesaggio (a volte allora riflesso su vetri, in 'interni'), comunque già frontalmente considerati un modo di contatto diretto, sensitivamente appagante. E su quella remota ma proficua esperienza è venuto operando, scavalcata anche una tentazione (sopraggiunta a metà degli anni Ottanta) di paesaggio configurato come lontano, nel quale di fatto, pur se preziosamente, tuttavia la sua immaginazione in qualche modo si anonimizza. La natura la ha così riscoperta invece proprio entro la materia, macerandola in segni, vivendone dunque l'esperienza in una approssimazione appassionatamente significante. come riscatto di una possibilità evocativa entro la matericità cromatica, arricchendone il tessuto, rendendolo appunto campo di progressivamente sempre più praticabile conquista, accentuandone tissularità diverse, masticando il colore fino a renderlo intrico segnico cromatico, anche graffiato, vitale, germinante, pulviscolarmente.
A monte della cultura d'immagine e dello stesso concreto orientamento operativo di Pedretti non è tanto Morlotti (se non forse moralmente) quanto una tradizione pittorica paesistica tipicamente lombarda, tardottocentesca, ove insistente cra l'intuizione della germinazione naturale, dell'intrico vegetale come gravidità naturale. Piuttosto dunque Gola; ma anche certi attraversamenti paesistici divisionisti, che gli hanno forse suggerito una possibilità tissulare della germinazione. E se mai risalendo a percezioni naturali umorose del Seicento lombardo.
Una germinazione alla quale l'esperienza informale, quel suo privato 'neoinformale' vissuto appunto lungo gli anni Settanta (che si potrà anche a distanza leggere come un modo di riparlare di natura in tempi di 'neopittura' concettualmente azzerata), ha indubbiamente offerto nuova consistenza, e appunto qualcosa come un'effettiva base operativa. Dalla quale infatti si è mosso alla conquista di una nuova intensità di sensibile attenzione percettiva e di addensamento evocativo.
Personalmente dove più Pedretti mi convince è quando la sua immersione vegetale palustre giunge ad un livello appunto come di effettivo smarrimento: proprio insomma quando lo sguardo ravvicinato gli fa come perdere il controllo delle coordinate del paesaggio, e di questo è capace di restituirci allora il fondamento materiale, vitale, come assoluto. Allora l'ottica si fa microtissulare, assillata come da una volontà di chi debba farsi strada entro l'intrico, insieme godendone tuttavia beninteso il contatto; quasi per costruirsi un possibile appassionato itinerario folto di episodi irripetuti seppure omologhi. E in effetti questo vissuto sul campo che maggiormente mi pare prenda leggendo le tele di Pedretti.
Un vissuto dunque inteso proprio in abbandono totale, non drammatico ma interamente lirico, ad un'esperienza che è conoscitiva e affettiva insieme. Equivalendo ad una presa di possesso di una propria più profonda identità, e insomma del traguardo, a suo modo certamente pacificante, di quella solitudine sensitivamente e appunto affettivamente operosa. al quale l'istituzione di una privatezza di dialogo, spontaneamente messa in atto, mi sembra profondamente aspiri, come alla riconquista possibile d'un paradiso perduto.
E poco importa evidentemente a Pedretti se sopra circuitano i satelliti, spia o di telecomunicazioni, o incalzi il rombo di unjet planante verso la Malpensa. La verità per lui è quella, e quella è la sua dimensione più autentica d'esistenza. Pedretti ha il candore e la forza di pronunciarlo senza remore. E perciò dicevo che tutto è scoperto nel suo lavoro, giacché tutto vi è subito evidente, in intenzioni e risultati".



Enrico Crispolti







dal catalogo Antonio Pedretti, Color Palude, 1992



Tutto è scoperto nel lavoro di Antonio Pedretti, salvo forse proprio fisicamente l'autore, che ama defilarsi, preferibilmente rintanato a Gavirate, sul lago di Varese, verso Laveno, interamente preso come vi è entro un dialogo ininterrotto con la sua palude lacustre, quasi il suo stagno di Giverny. A quel luogo è attaccato più di quanto forse lo sia stato Morlotti allo spaccato delle rive dell'Adda. Ma la palude Pedretti la dipinge in modo del tutto diverso da come se la è immaginata anni fa Moreni, per farvi emergere uno straordinario anomalo e spropositato oggetto plastico come la sua memorabile Mistura.

Non infatti quale luogo ove si siano sedimentati emblematicamente i cascami di tutte le nequizie umane e sociali, ma un privato rifugio immaginativo, l'occasione di un incontaminato dialogo naturale, intimo, sussurrato, di valenza tutta lirica. E, se per Moreni contava dunque il fondo della palude, attrae invece Pedretti quanto nella palude dal pelo dell'acqua affiora e svetta, ma anche a volte quanto l'infiora: la superficie e ciò che vi galleggia, le canne, gli steli, l'intrico vegetale, le macerazioni.
Tutto è scoperto nel lavoro di Pedretti, perché evidenti, candidamente direi, vi risultano le intenzioni, le scelte, il suo appartarsi e garantirsi, senza scantonamenti, uno spazio di riflessione colloquiale, tutto proprio e solitario; disinquinato non soltanto in senso ecologico, ma direi in senso sociologico, e anche rispetto alle pressioni del sistema dell'arte, evidentemente.
La natura è un universo, per Pedretti, è il suo universo; nulla sembra aver luogo né peso per il suo immaginare oltre quei confini d'un dialogo il più spesso assai ravvicinato, e comunque sempre avvertito non soltanto percettivamente, in qualità ottiche (cromatiche, ecc., di erbe e fioriture), ma anche in qualità materiche, d'intrisione sensitiva, di umorosa compenetrazione e macerazione. Altre volte il suo sguardo è sì più distanziato, fino a suggerire una profondità di paesaggio. Tuttavia l'immaginazione pedrettiana si scalda maggiormente nel rapporto a breve, in una sorta appunto di immersione, di contatto fisico, di svelamento di microvitalità vegetale, che d'altra parte ben si coglie scavalcando nella lettura quel ricompattamento del primo approccio con i dipinti a una certa distanza.
Il suo luogo immaginativo più tipico non appare infatti tanto di prospezione ma quasi di smarrimento entro un universo vegetale percepito appunto nella sua minuziosità di tissulare intrico vitale. Non tanto tuttavia di 'humus', quanto come di crepitìo germinante, e d'infioramento anche sfatto che in realtà copre il liquido elemento, appena percepibile e comunque soltanto matericamente, o che sboccia in ciuffi sulle probabili erbe più alte.
Il problema che dolcemente assilla la ricerca pittorica di Pedretti è quello di configurare un'immagine appunto integralmente di natura, e di sua natura, privata, segreta, entro una contestualità materica che soltanto sembra, né a torto, convincerlo dell'autenticità sensuosa d'un contatto appagante, affettivo, e svisceratamente appassionato.
Le sue tele migliori degli ultimi anni sono quelle che vivono su un tale precario rapporto, ogni volta da ricostruire accanitamente, perdutamente. E a volte vi cita più evidenti un fiore o qualche stelo infogliato, quasi nel timore di non essersi spiegato abbastanza, di non essere riuscito a dire quale siano i termini effettivi di quella sua natura, di quella porzione in realtà ristrettissima di natura che nell'immaginario del pittore diventa tuttavia qualcosa di totalizzante.
E quel rapporto si consuma essenzialmente come grafia pittorica entro la materia cromatica addensata. La pittura di Pedretti è infatti materica sostanzialmente, direi di base, ma non materiosamente corposa. Agisce linearmente attraverso il colore. La macerazione materica vi è centellinata insomma linearmente, in un effetto quasi pulviscolare. Un intrico fittissimo di grafie la innerva, e la vivifica in quanto immagine. Il colore poi aggrumato, oltre che in ruolo di connettivo materico, vi coglierà appunto anche particolari più accese effiorescenze.
Dall'Informale, frequentato lungo gli anni Settanta, dopo un esordio figurativo nei secondi Sessanta, il percorso immaginativo pittorico di Pedretti corre appunto caparbiamente ad una possibile rilettura della natura in termini nuovi. Sono intitolati 'Paesaggio lombardo' molti di quei dipinti informali ma in realtà erano già applicazioni al suo tema, la palude, tuttavia intesa allora più come respiro di fluttuazione materica travolgente ogni presenza vegetale, proposta soltanto come corposa macchia germinante avvertibile perche più aggrumata matericamente. E non v'è dubbio che quell'approdo materico sia rimasto un termine fondamentale per la costruzione dell'immagine, nel lavoro di Pedretti. Era un traguardo di concretezza sensitiva, al di là dell'ideologia della figura, o del paesaggio (a volte allora riflesso su vetri, in 'interni'), comunque già frontalmente considerati; un modo di contatto diretto, sensitivamente appagante.
E su quella remota ma proficua esperienza è venuto operando, scavalcata anche una tentazione (sopraggiunta a metà degli anni Ottanta) di paesaggio configurato come lontano, nel quale di fatto, pur se preziosamente, tuttavia la sua immaginazione in qualche modo si anonimizza. La natura la ha così riscoperta invece proprio entro la materia, macerandola in segni, vivendone dunque l'esperienza in una approssimazione appassionatamente significante, come riscatto di una possibilità evocativa entro la matericità cromatica, arricchendone il tessuto, rendendolo appunto campo di progressivamente sempre più praticabile conquista, accentuandone tissularità diverse, masticando il colore fino a renderlo intrico segnico cromatico, anche graffiato, vitale, germinante, pulviscolarmente.
A monte della cultura d'immagine e dello stesso concreto orientamento operativo di Pedretti non ètanto Morlotti (se non forse moralmente) quanto una tradizione pittorica paesistica tipicamente lombarda, tardottocentesca, ove insistente era l'intuizione della germinazione naturale, dell'intrico vegetale come gravidità naturale. Piuttosto dunque Gola; ma anche certi attraversamenti paesistici divisionisti. che gli hanno forse suggerito una possibilità tissulare della germinazione. E se mai risalendo a percezioni naturali umorose del Seicento lombardo.
Una germinazione alla quale l'esperienza informale, quel suo privato 'neoinformale' vissuto appunto lungo gli anni Settanta (che si potrà anche a distanza leggere come un modo di riparlare di natura in tempi di 'neopittura' concettualmente azzerata), ha indubbiamente offerto nuova consistenza, e appunto qualcosa come un'effettiva base operativa. Dalla quale infatti si è mosso alla conquista di una nuova intensità di sensibile attenzione percettiva e di addensamento evocativo. Personalmente dove più Pedretti mi convince è quando la sua immersione vegetale palustre giunge ad un livello appunto come di effettivo smarrimento: proprio insomma quando lo sguardo ravvicinato gli fa come perdere il controllo delle coordinate del paesaggio, e di questo è capace di restituirci allora il fondamento materiale, vitale, come assoluto. Allora l'ottica si fa microtissulare, assillata come da una volontà di chi debba farsi strada entro l'intrico, insieme godendone tuttavia beninteso il contatto; quasi per costruirsi un possibile appassionato itinerario folto di episodi irripetuti seppure omologhi. E' in effetti questo vissuto sul campo che maggiormente mi pare prenda leggendo le tele di Pedretti.
Un vissuto dunque inteso proprio in abbandono totale, non drammatico ma interamente lirico, ad un'esperienza che è conoscitiva e affettiva insieme. Equivalendo ad una presa di possesso di una propria più profonda identità, e insomma del traguardo, a suo modo certamente pacificante, di quella solitudine sensitivamente e appunto affettivamente operosa, al quale l'istituzione di una privatezza di dialogo, spontaneamente messa in atto, mi sembra profondamente aspiri, come alla riconquista possibile d'un paradiso perduto.
E poco importa evidentemente a Pedretti se sopra circuitano i satelliti, spia o di telecomunicazioni, o incalzi il rombo di un jet planante verso la Malpensa. La verità per lui è quella, e quella è la sua dimensione più autentica d'esistenza. Pedretti ha il candore e la forza di pronunciarlo senza remore. E perciò dicevo che tutto è scoperto nel suo lavoro, giacché tutto vi è subito evidente, in intenzioni e risultati.

Enrico Crispolti

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